The Wire: la sola e vera epica di oggi. In TV!
30 Maggio 2009

ma quanto è bella 'sta serie TV!
Quando meno te l’aspetti raggiunge il tuo cuore un’opera magistralmente compiuta che ti degna di guardarla. Sto parlando della serie televisiva The Wire, creata dal giornalista David Simon e scritta in collaborazione con l’ufficiale di polizia Ed Burns, entrambi di Baltimora, città in cui è ambientata la serie TV prodotta dalla HBO. Termine improprio, questo di “serie televisiva”, di fatto è un unico film di più di cinquanta ore appositamente pensato per la televisione. La suddivisione in puntate, e dunque in stagioni, pare più che altro un pro-forma per l’inserimento dell’opera nei palinsesti, quando invece è un continuum composito e perfetto, nel plot e nell’intenzione poetica.
Lo ha detto Andrea Belli, amico caro che ha spacciato in giro quest’opera meravigliosa, che è appunto The Wire, proprio come la moltitudine infinita dei giovani personaggi spacciano l’eroina, la cocaina e tutti gli altri veleni che infestano ogni angolo di Baltimora; lo ha detto Andrea Caterini e lo dico anch’io: The Wire è un romanzo. Un romanzo meraviglioso, straordinario, che ti fa sospirare, battere il cuore, dispiacere, innamorare, ridere, eccitare intellettualmente, sessualmente, che ti suscita prurito, gelosia, invidia. E’ un romanzo ellenico, diviso in tomi, libri, sezioni meticolose, versi poetici. E’ il ritratto più bello di tutte le età umane. E’ la sola epica di oggi, cazzo, a partire dalle citazioni in esergo ai capitoli (le puntate) che attingono all’esperienza e dunque alla voce dei personaggi stessi interni alle vicende. Come Omero che cita se stesso. E’ ellenico perché non c’è un solo personaggio che prenda più spazio degli altri. Non c’è un solo personaggio che non sia approfondito quanto gli altri. E’ un romanzo perché vedi svolgersi la lotta tra il Bene e il Male – tra Politica e Potere, tra Politica e Polizia, tra polizia e bande criminali, tra poliziotti, tra bande criminali, tra individui delle stesse bande, tra individuo e individuo, e poi all’interno di ogni individuo quella lotta non cessa di approfondirsi. Psicologicamente… filosoficamente… poeticamente… la società è mostrata in ogni suo organo: vivisezionata meticolosamente con attenzione da orologiaio. Un’autopsia che dura, come ho detto, qualcosa come tipo cinquanta ore (dico “autopsia” pur sapendo che il corpo in esame è tutt’altro che morto; è vivo come non se ne vedevano in televisione non so da quanto tempo).
Trovi moltissimo di te in tutti i personaggi, e se non sei tu quello che vedi riflesso, allora è il tuo desiderio di essere in un certo modo. Se non ci sei tu, c’è più di te, ci sono appunto i tuoi desideri. Piangi fino alle lacrime per le morti di ragazzi che sono cresciuti durante la serie. Li hai visti marinare la scuola per andare a spacciare, spacciare per nutrire magari i fratelli che vivono in case sfitte, degradate, dimenticate da tutti gli dei dell’olimpo al quale pure quei ragazzi appartengono. Ne hai visti altri rubare, uccidere, sequestrare, e hai pianto per l’umanità che ci mettevano. Adori l’ostinato Evon e l’intelligente Stringer, la cojoneria e la verità di Jimmy e la saggezza di Bunk, la giustizia di Greggs e l’altra di Ronnie, la coscienza di Daniels e lo spirito di Bodie, l’angelico D’angelo, i pischelletti coatti tutti e ottocento quanto sono… e poi la bellezza di Omar, il gangster omosessuale dal pigiama turchese di seta sgargiante, che non riesce a mettere la pistola nell’elastico dei calzoni perché pesa troppo, ma deve però uscire a comprare i Cheerios al miele perché piacciono al suo amore (è un “serial” e un “cereal” killer in pratica). Ma che le dico a fare queste cose?? ma che esempio ho fatto? Questa è una bazzecola! Come dirti quanto di commovente fino allo strazio ho visto…? Come spiegarti il modo, l’umanità con cui gli autori hanno fatto uscire di scena il grande, stupendo Omar? Come e soprattutto perché solidificarlo in parole? No, non si può. E non si deve.
Hai visto capi-banda diventare uomini d’affari. Uomini d’affari diventare capi-banda. Bambini diventare uomini e uomini morire prima di invecchiare – quasi tutti, a dire la verità. E poi senatori e sindaci più o meno imbellettati e tutti così pietosi, tutti così grandiosamente umili, sinceri, sinceri anche quando mentivano.
Non c’è una sola macchietta dalla prima puntata all’ultima. Non una caratterizzazione volgare dei personaggi. Non un luogo comune, uno stereotipo, ma solo archetipi, antichi, certo, e nuovissimi per davvero. Usciamo, per favore, dall’ebraismo dell’uomo unico ed eroe, e come dice ancora Hillman entriamo in questo ellenismo, nella pluralità, nella molteplicità, in questo coro di Tragedia stupenda che è The Wire!
La mitopoiesi di The Wire c’è ed è poetica. Nemmeno Tolstoj si è avvicinato così tanto alla letteratura di Omero! Il nuovo mito nasce, s’inerpica, s’inalbera, s’instaura per se stesso, coerentemente, complesso sebbene mai difficile. Trova corrispondenza e asilo dentro di te e mai una volta che fallisca, mai! è letteratura di spirito, di slancio, di carne e di fantasia. Ogni stagione diventa una stagione del cuore.
Dai lavoratori portuali ai senzatetto, dagli spacciatori ai giornalisti, ai marinai, da questi ai politici, dai magistrati agli eroinomani e dai fanciulli ai poliziotti – corrotti o meno che siano cambia poco giacché “La Cimice” insegna che se guardi bene scopri che tutti siamo “giustamente” corrotti dalla vita – ognuno ha il suo ruolo affatto prestabilito nella comunità e però sempre esclusivo.
Per ora la chiudo qua. Ci tornerò, però, ne sono certo.
Un’ultima cosa. In questo momento su Sky è possibile seguire la terza stagione. Se non l’hai seguito dalla prima, mi sento di consigliarti in questo senso: non perderti per niente al mondo le prime due. Anzi, fai una cosa di quelle ben fatte: scaricati tutte e cinque le stagioni, guardatele dalla prima all’ultima e godi!
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24 Luglio 2009 at 12:38
ma per fortuna che ti do retta eh
:*